Capitolo 1

II Mathmar 

Elwood si svegliò di soprassalto, si guardò intorno cercando di individuare la fonte del rumore, ma nella stanza presa in affitto per la notte regnava il buio completo.
L'unica pallida luce rossastra che si poteva ancora scorgere, era quella delle braci ormai morenti del camino, che aveva ceduto il suo tepore ad un temibile freddo carico di umidità.
Si mise a sedere sul letto, la sua mano destra afferrò, con un gesto istintivo, il bastone magico. Lo puntò in direzione delle braci, e pronunciò le parole - ask labàm!.
Improvvisamente il camino si animò di un intenso scoppiettare di scintille, al termine del quale le fiamme si ravvivarono. In pochi istanti la stanza fu pervasa dal calore.
- Così - si disse - Va decisamente meglio.
Passò un brevissimo istante e “TUNF!” un altro tonfo, ancora più forte del precedente; questa volta le pareti tremarono.
Si spinse fino alla finestra, scostò la tenda consunta e tentò di guardare sulla strada, ma non riuscì a vedere nulla.
La finestra dava su di uno stretto viottolo. Le mura tanto antiche quanto sbilenche dell'edificio di fronte si appoggiavano letteralmente a quelle della locanda e, il tetto semisfondato era proprio a ridosso della sua finestra, tanto vicino da renderne impossibile l’apertura.
Si poteva scorgere soltanto il vorticoso ruscello piovano, che dalla grondaia squarciata si riversava abbondantemente formando una piccola cascata proprio in corrispondenza del davanzale.
Pioveva ininterrottamente da cinque mesi e non accennava a smettere. Gli abitanti della valle di Sirmang le avevano provate tutte. Avevano consultato ogni mago e stregone nel tentativo di far tornare il sole, ma l'incantesimo della pioggia era estremamente potente e nessuno fino ad ora era stato in grado di fermarlo.
Di nuovo un tonfo! Fece sobbalzare il pavimento!
Elwood decise che era ora di verificare che cosa stesse succedendo, indossò il mantello, aprì la porta e si avviò per la ripida scala di legno che scendeva verso la locanda.
Nello stesso momento, altri ospiti uscirono dalle rispettive stanze, messi in allarme dai rumori sospetti.
In breve tempo la scala divenne un groviglio intricato di teste, braccia e gambe scalcianti.
II brusio dapprima sommesso aumentò improvvisamente, quando un altro tonfo fece tremare e scricchiolare le scale.
Su tutti prevalse l'urlo terrificante di un willich che, in preda al panico, si precipitò all'impazzata per la rampa travolgendo e scaraventando di sotto, ogni forma vivente che si trovò innanzi.
- Strani esseri i willich, pensò Elwood, dall'aspetto cosi malvagio e dal carattere così timido e spaventevole.
Una volta scese le scale trovò che la situazione non era affatto migliorata.
L'atrio della locanda era letteralmente invaso da un fiume di gente, tutta accalcata dinnanzi all'ingresso.
Uscire dalla porta principale, era pressoché impossibile, tentò di raggiungere il retrobottega, ma anche qui, la folla in preda al panico impediva il passaggio.
Decise di non perdere altro tempo, diresse il bastone magico verso un punto libero sulla parete e pronunciò sotto voce una breve formula.
Indugiò ancora qualche istante poi si diresse con passo deciso, verso il muro e vi passò in mezzo con una naturalezza tale da far pensare, a chi avesse osservato la scena in quel momento, che la parete non fosse mai esistita.
Si trovò all'esterno nella notte scurissima, sotto una pioggia battente.
Picchiò leggermente il bastone a terra e la gemma incastonata al suo interno s'illuminò di una luce biancastra.
Lentamente si avvicinò al luogo da cui provenivano i tonfi e giunse di fronte ad un gigantesco mamthar che per qualche ragione si era allontanato dalle zone di guerra.
I mamthar sono esseri molto simili ai nostri elefanti, ma incredibilemte più grandi, dotati di due serie di zanne, le più grandi, che arrivano fin quasi a toccare terra, e le più piccole, collocate a protezione degli occhi.
La proboscide molto robusta presenta, nella parte finale piccoli ma spessi cunei di osso, tanto potenti da far saltare degli interi carri corazzati.
Elwood fu molto stupito di vederne uno da solo e cosi distante dal branco di appartenenza, questi immensi pachidermi, che un tempo vivevano liberi nelle pianure di Alamag, vennero catturati ed addestrati dagli Uluiki, un popolo di creature dedite alle arti oscure che da oramai sei anni era in guerra contro il popolo di Atlantis.
Elwood gli si avvicinò con cautela, la bestia era incastrata tra le mura di due case, - Gli spazi stretti non sono certo adatti a questi animali - pensò!,
Chiuse nuovamente gli occhi cercando di concentrarsi, mormorò qualcosa d incomprensibile e la luce aumentò di intensità, cosa che gli permise di valutare meglio la situazione.
L'animale aveva una profonda ferita sul fianco, evidentemente aperta da molti giorni, e che probabilmente si era infettata a causa della pioggia, questo spiegava anche il suo apparente stato di tranquillità, in condizioni normali, un simile gigante avrebbe, non solo fatto crollare le case nei cui muri era incastrato, ma avrebbe fatto a pezzi l'intero villaggio.
Lo Stregone si collocò dinnanzi al gigante, si inchinò appoggiandosi al bastone e pronunciò alcune parole nella lingua magica degli stregoni... - vija desiier.
Il mamthar lo vide e alzò la proboscide con l'intento di sferrare un colpo, ma fu immobilizzato a mezz'aria da una potente mano invisibile.
Elwood continuò - allishah denirii rundav... !
L'animale fu costretto contro la sua volontà a fare alcuni passi indietro finché non venne liberato dalla trappola che lo tratteneva.
Quando il mathmar fu libero Elwood cominciò a gridare in  modo da attirare la sua attenzione e si avviò correndo lungo il sentiero che conduceva fuori dal paese.
II gigante lo vide e cominciò a rincorrerlo con una forza ed una determinazione sorprendente, data la ferita.
Elwood avvertì il pericolo imminente.
Si rese subito conto che, il mathmar lo avrebbe raggiunto entro pochissimi minuti…!
Stava già pensando a qualche incantesimo per arginare l'attacco, del pachiderma, quando udì un grido d'aquila provenire alle sue spalle.
Si voltò esclamando - Amico mio se non ci fossi tu a cavarmi dai guai, non so che farei!
Un altro grido aquilino ed un cenno simile ad un inchino risposero al saluto.
Un istante dopo una specie di grande uccello dalle piume argentate si levò in aria portando sulle spalle il vecchio Elwood.
Alcuni anziani presenti nel villaggio avevano sentito parlare di questo prodigioso animale, esso, infatti, aveva un corpo a metà tra un’aquila ed un cavallo, la testa, le zampe anteriori e le ali erano aquilini mentre le zampe e la parte posteriore erano del tutto simili a quelle di un pony.
Sulla sua esistenza si erano tramandate leggende più o meno pittoresche. Si diceva ne esistessero solo quattro esemplari, un maschio e tre femmine, ma nessuno sapeva in quali delle remote terre del mondo vivessero.
Nei racconti popolari ad essi venivano attribuiti nomi differenti da contea a contea, quello più ricorrente e più utilizzato era “Morgh”.
Si raccontava anche che essi avessero poteri straordinari e che solo uno stregone molto potente e dall'animo puro avrebbe potuto avvicinarli.
Elwood si issò sulla schiena del morgh, e   questi si alzò in volo compiendo delle ampie virate a bassa quota in modo da attirare l’attenzione del gigante che li seguì fino alla periferia del villaggio, dove, compiendo una virata si diressero all’interno di una delle grandi caverne.
Il mathmar indugiò qualche istante poi, guidato dall'istinto, si precipitò nell'antro buio e continuò a seguirli per tutta la lunghezza della caverna, fino al punto in cui le pareti si restrinsero non consentendogli più i movimenti, fu allora che, stremato dallo sforzo, si accasciò quasi morente sul terreno.
Elwood congedò il morgh, il quale dopo un inchino volò via sparendo nella notte, raccolse della legna e accese un fuoco.
L'animale aveva vagato per molti giorni sotto la pioggia torrenziale e la ferita era molto profonda e infetta.
Prese dalla bisaccia un sacchetto, ne estrasse una polvere, la versò su una roccia piatta, vi aggiunse del muschio selvatico e dell'acqua, impastò il tutto fino ad ottenerne una sostanza molliccia e appiccicosa.
Estrasse il coltello lo scaldò al fuoco e incise i bordi della ferita maleodorante,
Al contatto con la lama, il mathmar emise un barrito terrificante e tentò di divincolarsi, sbattendo con le zanne contro le pareti della caverna con tanta forza da provocare il crollo di una parte del soffitto.
- Fermati! Altrimenti non ne usciremo vivi né io né tu - gridò Elwood,
Ci volle ancora un bel po’ di tempo, prima che l'animale si calmasse, ma alla fine l’esperienza di Elwood nel trattare questo tipo di animali, ebbe la meglio, e questi si lasciò fare.
Fece defluire il sangue infetto, spalmò la sostanza sulla ferita e la coprì utilizzando alcune foglie che raccolse nel bosco all’esterno della grotta.
Vegliò l’animale per alcune ore, e, quando fu sicuro che questi fosse fuori pericolo se ne andò lasciando completare il lavoro al sonno profondo della guarigione.
Era ormai l'alba, Quando usci dalla caverna, tornò alla locanda dove fece colazione, saldò il conto e riprese il suo cammino, sentendosi addosso gli sguardi di quelli che avevano assistito agli eventi della notte precedente.
A questa sensazione scomoda si era ormai abituato, era in vita da moltissimi anni, e, in qualunque posto la sua avventura lo avesse condotto, la sua presenza, cosi fuori dal comune, suscitava un misto di venerazione e di inquietudine.
Si sistemò la bisaccia, calò il cappuccio sulla testa e s'incamminò verso nord.

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Capitolo 2
Arduil

La stagione fredda stava, pian piano, esaurendo la sua tenacia.

I venti gelidi provenienti dal nord cominciavano a soffiare meno prepotentemente lasciando spazio, a tratti, ad una brezza tiepida scaldata da un timido sole primaverile.

Le valli di Agadir erano molto lontane e in questi luoghi non si avvertivano ancora gli influssi delle nubi di Sirmang.

In realtà da queste parti non si sentiva nemmeno il pericolo della guerra in corso, di cui non giungevano notizie, se non in qualche racconto, in bilico tra realtà, leggenda, e fumi di alcool, narrato dagli stranieri di passaggio alla “Taverna dei verdi pascoli” dove Beltz Gondrow dava vitto e alloggio a prezzi vantaggiosi.

Bondervil era un piccolo centro immerso tra i monti della catena del Fathnir e sorgeva sulle rive del lago omonimo.

I suoi abitanti erano appartenenti alla stirpe degli Elzeban, creature simili agli uomini anche se di statura molto bassa e piuttosto longevi, ed era costituito per lo più da, contadini e da qualche pescatore.

La via di commercio principale era il fiume Rengon, che dal lago scorreva verso valle con un letto sufficientemente largo da permettere la navigazione di piccole imbarcazioni e la discesa del legname.

I boscaioli legavano i tronchi abbattuti a gruppi di tre o quattro, formando delle rudimentali zattere con le quali scendevano lungo il corso del fiume sfidando le rapide.

Questo sistema di navigazione, anche se molto impegnativo e pericoloso consentiva di trasportare a valle un gran numero di tronchi e fruttava al villaggio una certa prosperità economica.

Arduil scendeva a passo veloce per il sentiero che portava in paese, e come ogni giorno, tagliò per il podere del signor Emer Birdings, passando nel bel mezzo del campo di rape che egli così gelosamente custodiva,

Gli abitanti del villaggio udirono uno schioppo di fucile e la voce del vecchietto che gridava

- La prossima volta non sparerò in aria! mirerò dritto sulle tue chiappe!.

Il colpo di fucile di Emer era il segnale che ogni santo giorno annunciava l'arrivo di Arduil in paese.

La vecchia Beltz, come di consuetudine si diresse sull'uscio della locanda tenendo tra le mani un boccale di birra appena spillata e attese…

Passò qualche istante la figura snella del ragazzo spuntò in gran corsa da dietro l'angolo del barbiere e si fermò ansimante dinnanzi alla donna che con aria divertita gli porse il boccale.

- Dovresti smettere di passare sulle rape di quel vecchio scorbutico, un giorno o l'altro si stancherà di sparare in aria.

Arduil rise di gusto e tracannò il boccale in un unico sorso,

- Smetterò di farmi sparare da Emer… - Disse asciugandosi la bocca sulla manica della camicia - …Quando tu smetterai di fare una birra così buona.

Beltz fece un cenno di ringraziamento e se ne stette sulla porta della locanda a guardare il ragazzo che si allontanava.

Le venne da sorridere tra se e se, ripensando a quando lo trovarono abbandonato in una cesta ai piedi del fonte nel centro del paese,

Era avvolto in una ricca coperta e tanto affamato che le sue urla svegliarono l'intera piazza.

L'unico indizio sulla sua identità era una pergamena arrotolata e legata al cesto che recitava più o meno cosi: “Questi  Arduil, colui che diverrà Re di tutte le genti e nel cui regno si stabilirà la pace”.

Beltz non sapeva che destino avrebbe avuto questo ragazzo, la profezia le sembrava un’esagerazione, -Non si parte certo da Bondervil per diventare famosi - si ripeteva, ma di certo, non poteva lamentarsi del suo ragazzo.

Era un giovanotto giudizioso, sempre disponibile ad aiutare tutti in paese, ed era dotato di un’allegria a dir poco contagiosa, chiunque passasse più di una decina di minuti in sua compagnia se ne tornava con il cuore un po’ più sollevato.

A Bondervil ormai questo aspetto della sua personalità era talmente famoso che si era coniato il detto Vai da ArduiI Che ti passa!.

Per circa settant’anni, Il ragazzo aveva alloggiato nella locanda insieme a Beltz, dove si era sempre reso utile servendo ai tavoli e tenendo la contabilità,

Aveva frequentato la scuola con passione ed entusiasmo, imparava cosi velocemente che la maestra, la vecchia Adelina Guminbold, gli fece tenere le lezioni di letteratura e scienze ai ragazzi più giovani e gli permise di accedere alla biblioteca scolastica ogni qual volta lo desiderasse.

La biblioteca era uno scantinato umido pieno zeppo di manoscritti che la diligente maestra aveva recuperato, nel corso della sua lunga vita.

Vi erano volumi ammonticchiati su dei logori scaffali e altri appoggiati sul pavimento di pietra scura nella stanza regnava un forte odore di muffa, in fondo, quasi sommerso da delle cataste di libri vi era un piccolo scrittoio ed uno sgabello sul quale erano riposti una vecchia lampada ad olio, dei fiammiferi ed una pergamena che serviva all’insegnante per prendere appunti.

Arduil decise che la sua irrefrenabile voglia di darsi allo studio poteva aspettare qualche giorno.

Si fece prestare il carretto delle provviste da Beltz e raggiunse la segheria dove fece un gran carico di travi di legno.

Nei giorni che seguirono non si presentò alle lezioni e nemmeno si fece vedere alla locanda dove era solito far baldoria con gli amici.

Grande fu lo stupore della signorina Guminbold, quando, arrivando una mattina di buon’ora presso l’edificio scolastico, trovò la porta dello scantinato spalancata ed un cartello di legno finemente intagliato che recitava “Biblioteca di Bondervil, prestito e consultazione libri”.

La vecchia insegnante discese i cinque scalini e le parve di essere tornata indietro nel tempo, quando da studente fu accompagnata dal suo maestro nella biblioteca dell’Università dei Saggi.

Lo scantinato umido non esisteva più, la stanza sembrava molto più spaziosa e i libri giacevano in bell’ordine su nuovi scaffali di legno, il vecchio scrittoio era sparito lasciando spazio ad un grande tavolo con sei sedie

Su ogni postazione vi erano una lampada ad olio, una pergamena e una penna d’oca con il relativo inchiostro.

Le pareti tutte intorno erano state rivestite di legno, che impediva all’umidità di entrare, mentre i vetri alle finestre erano stati lavati accuratamente e la luce del giorno filtrava illuminando il tutto in una gioiosa atmosfera.

Il profumo del legno aveva rimpiazzato quello della muffa.

Arduil se ne stava seduto sopra un grosso sgabello immerso nella lettura di un volume dal titolo “Avventure di un giovane stregone”.

Era talmente concentrato che non si accorse nemmeno dell’arrivo della Guminbold.

- Mi scusi signor bibliotecario…, mi chiedevo se avesse un volume sulla storia di Bondervil,

disse lei mascherando la voce.

Arduil alzò gli occhi dal manoscritto e, quando la vide, piombò giù dallo sgabello come un sacco di patate,

- Allora, che ne pensa? - era visibilmente agitato.

- Beh- disse l’insegnante, con tono severo!

- Di certo non ti mancano né fantasia né spirito d’iniziativa! Ma mi aspetto che in futuro, quando ti assenterai di nuovo dalla scuola per qualsiasi ragione, tu abbia la compiacenza di riferirmelo per tempo.

Il ragazzo tacque, tutto il suo entusiasmo e la sua eccitazione si spensero.

Si sarebbe aspettato quantomeno un ringraziamento invece si trovò oggetto di un rimprovero...

- Insomma questo libro su Bondervil, si può avere? - tuonò Adelina.

Andril si voltò con l’aria di un cagnolino bastonato, ma guardandola bene si accorse che il suo sguardo era tutt’altro che accigliato.

Lei lo osservava con aria divertita chiedendosi, quando si sarebbe accorto che lei. non solo non era arrabbiata, ma era piena di ammirazione e orgoglio per quello che era stato in grado di costruire.

Corse subito presso un alto scaffale (alto quanto possa esserlo per un Hobbit) e s’inerpicò su una scaletta e se ne scese tutto gongolante con un grosso volume tra le mani che appoggiò rumorosamente sul tavolo, estrasse dalla tasca un fazzoletto con cui spolverò accuratamente la copertina in pelle.

- Ecco quanto di meglio la biblioteca può offrirle sulla storia di Bondervil.

Apri il libro alla prima pagina e ne mostrò il titolo “Il lago e il fiume; Storia di gente bassa”.

La signorina Guminbold ricordava bene quel libro, era stato scritto da un vecchio che abitava sulla riva del fiume Rengon a pochi chilometri dal villaggio era una raccolta di vecchie storie che si erano tramandate nel corso degli anni, tutte avevano a che fare con l’origine del lago e del villaggio.

…Quello che non si spiegò fu come avesse fatto Arduil a sapere che quel titolo anonimo narrasse storie del genere.

Il mistero si svelò, quando il ragazzo cominciò a citare alcune storie a memoria, improvvisamente comprese che nei tre giorni di lavoro intenso per risistemare lo scantinato, era perfino riuscito a leggere quel libro.

Forse, pensò, era per questa ragione che era andato a colpo sicuro, casualmente gli aveva chiesto informazioni sull’unico libro che era riuscito a leggere…Oppure NO!

Sullo slancio di un’intuizione, senza neppure che se ne rendesse esattamente conto, la signorina Guminbold volle metterlo alla prova, e gli chiese consiglio su un altro libro,

- vorrei - disse con aria maliziosa - trovare qualcosa sulla vita dei Druidi - era certa che questa domanda lo avrebbe messo in difficoltà, c’erano due libri che si riferivano a questo argomento, ma uno di questi era scritto in elfico e l’altro era in runico, linguaggi che non erano mai rientrati nel programma di studi effettuati.

Non poté credere ai suoi occhi, quando il ragazzo le si presentò dinnanzi con in mano tre manoscritti, i due di cui era a conoscenza ed un terzo scritto in nel linguaggio Uluiki, di cui nemmeno lei era mai riuscita a tradurre appieno il contenuto.

La sfida tra i due si fece serrata, tanto che quando arrivarono gli scolari venne dichiarato un giorno di vacanza per tutti in modo da poter continuare quella singolare interrogazione.

Quando, anche dopo anni moltissimi Andril qualcuno chiedeva spiegazione di cosa fosse successo in quei giorni, l’unica cosa che si sentiva raccontare, era la descrizione dettagliata di come avesse piantato chiodi, posizionato assi, costruito scaffali e ordinato libri, ma nulla riguardo di come avesse acquisito le sue straordinarie conoscenze.

Sta di fatto che da quel momento la vita del giovane hobbit cominciò a cambiare,

Lasciò la “Locanda dei verdi pascoli” di e si trasferì nella casetta sul fiume.

Continuò con entusiasmo a tenere le lezioni alla scuola come assistente della signorina Guminbold, anche dopo aver ricevuto la carica onorifica di “Muffo Egregio”, (titolo vagamente simile a quello di “Professore ordinario” nelle nostre università), in seguito alle notevoli scoperte in campo scientifico e tecnico di cui era stato protagonista.

Titolo che gli fu consegnato da cinque esaminatori dell’Università dei Saggi che insistettero molto perché assumesse la cattedra di “addetto alla biblioteca dell’università”.

Insistettero tanto, che si stabilirono a casa sua per qualche giorno promettendogli continui adeguamenti della paga.

Arduil fu irremovibile sul trasferimento, ma dovette promettere loro che avrebbe continuato a collaborare con l’università (una sorta di Consulenza esterna che il futuro lo avrebbe visto tenere lezioni gremite di studenti… Ma questa è un altra storia ed occorre che se ne parli in un altro contesto!)

Fu in una fredda serata d'inverno che gli eventi nella vita di Arduil cominciarono a precipitare.

Se ne stava nella sua casetta, seduto davanti al camino ascoltando il ticchettio del nevischio gelato che, batteva sulle finestre.

Non aveva invitato nessuno dei suoi amici e nemmeno si era voluto avventurare fino alla locanda.

Aveva passato la giornata studiando la metamorfosi dei linurandi, dei piccoli vermi che nelle stagioni fredde compiono la traversata di un impervio passo di montagna per raggiungere una profonda grotta dove si trasformano in pipistrelli, cosa che lo aveva costretto ad una lunga marcia sulla neve e ad una ripida arrampicata su una cascata di ghiaccio.

- Nessuno - giurò a se stesso, - riuscirà stasera a schiodarmi dalla mia poltrona.

Sollevò con aria soddisfatta la bottiglia di distillato di sua recente invenzione (precursore del wiskey irlandese) e ne colmò un minuscolo bicchiere, fece per portarlo alle labbra pregustandone il sapore con la lentezza di un antico rito, quando tre violenti colpi alla porta lo fecero trasalire.

Si alzò dalla poltrona per andare ad aprire, ma la porta si spalancò da sola come percossa da un’esplosione.

Le raffiche di vento gelido s’insinuarono nella stanza facendo svolazzare all'impazzata le pergamene ammucchiate, le candele si spensero e, per un istante fu completamente buio.

La porta si richiuse improvvisamente, nella casa regnò il più assoluto silenzio.

La calma surreale fu interrotta da due parole echeggianti nell’aria -ask lintinum- e tutto tornò alla normalità, le candele ripresero vita e la tornò ad essere illuminata, e il fuoco del camino tornò a scaldare l’ambiente.

Arduil continuava a fissare l'ingresso, e continuava a non vedere nessuno…

- Scusa se non ho aspettato che aprissi, ma avevo una certa fretta di entrare - disse una voce alle sue spalle.

Arduil si voltò di scatto, ma vide solo lo schienale consunto della poltrona,in compenso avvertì un forte odore di tabacco e notò uno sbuffo di fumo grigio nell'aria che segnalava la presenza di uno sconosciuto

- Scusa ancora! - tornò a dire la voce,

- Ma la tua poltrona aveva l'aria di essere molto comoda ed io ho camminato a lungo per trovarti in questo luogo cosi fuori dal mondo.

Arduil aggirò la poltrona e si parò dinnanzi allo sconosciuto con lo sguardo minaccioso di un animale pronto a difendere il suo territorio.

- Chi sei - disse, cercando di mostrare una faccia adatta alla situazione

- Sei entrato in casa mia usando la forza, mentre sarebbe stato sufficiente attendere che ti aprissi.

- Credimi - rispose la creatura accovacciata sulla poltrona,

- Se non ti avessi raggiunto in tempo stasera saresti incatenato in un carro diretto a Sirmang. Qualcuno caro il mio ragazzo ha deciso di toglierti prima il regno! Poi la vita

-Il regno? Si può sapere di quali sciocchezze vai blaterando? Vorresti perfino farmi credere che la fuori c’era qualcuno che voleva uccidermi?

Non vi fu risposta.

-Chi sei- hiese di nuovo Arduil

-Il mio nome è Elwood, Maestro dei saggi di Alkanon, Ramingo delle terre, Venerando dei Druidi, consigliere del colonnello delle terre dell'alleanza, ma per te sono semplicemente Elwood, nulla di più

Arduil restò impassibile e se ne stette a scrutarlo in silenzio, poi si mosse verso la credenza, ne estrasse un paio di bicchieri, li riempì di whisky e ne porse uno all’ospite dicendo

- Nessuno si presenta in casa mia senza ricevere ospitalità, attesa o meno che sia la sua presenza.

Elwood ringraziò e assaggiò il distillato. Era di ottima fattura, si potevano ben  distinguere tutti gli aromi del malto e del miele senza che questi fossero adombrati dal sapore affumicato della torba, nessun libro avrebbe potuto mai spiegare al ragazzo l’antica arte della distillazione degli alcolici, ne, tanto meno avrebbe potuto costruirsi gli strumenti adeguati per produrli, si ritrovò a pensare tra se che realmente in Arduil si compiva ciò che le profezie avevano annunciato.

Il re era tornato, e in lui vi era la coscienza non ancora espressa, ma ben presente di quello che un tempo era stato e di quello che era destinato a fare.

Quello che non aveva, quello che non poteva avere, era il ricordo di chi fosse realmente.

I suoi pensieri furono interrotti dall’incalzare delle domande di Arduil

- Chi erano i tipi la fuori?, come mai volevano portarmi via?, quanti erano? Come te ne sei liberato e perché tu sei venuto da me? Io chi Sono?

- Calma, Sentenziò il mago,

- Non c’è bisogno che tu apprenda tutto questa sera, ci sono cose che già sai, cose che dovrai imparare e altre che dovrai solamente ricordare, altre ancora di cui invece dovrai fare esperienza.

-Preparati, domattina all’alba partiremo, questo luogo non è più sicuro per te.

Arduil annuì, avrebbe voluto perlomeno delle spiegazioni, ma non domandò nulla, in cuor suo sapeva che prima o dopo questo momento sarebbe arrivato.

Lo sapeva da quel giorno alla biblioteca, da allora la sua mente si era aperta, si era dedicato con successo ad ogni disciplina, alla traduzione dei testi antichi, allo studio del cielo all’agricoltura alla medicina.

Sapeva anche che qualcosa di tenebroso lo stava cercando, ne avvertiva a tratti l’oscura presenza, una volta in sogno lo aveva perfino incontrato, aveva le sembianze di lupo, ricordava la voce profonda con cui lo aveva chiamato, e, anche se non ricordava la conversazione, rammentava più che bene la sensazione che aveva provato.

Dapprima un moto di terrore, lo teneva bloccato a terra e gli impediva di scappare, poi una scintilla, un moto della sua anima che gli permise di guardare negli occhi la belva quel tanto che bastava per accorgersi che anche lei lo temeva.

Poi il lupo abbassò gli occhi si voltò e se ne andò con la promessa che si sarebbero rincontrati.

- Ecco -, pensò Arduil, - Siamo alla resa dei conti.

Elwood si mosse per la casa salmodiando degli incantesimi di difesa

- Sono quasi sicuro che per questa notte non ci attaccheranno - disse - Ma le precauzioni non sono mai troppe, data la situazione.

Arduil preparò i suoi indumenti da viaggio, e confezionò la sua sacca con alcune provviste, poi si mise a dormire, ma furono ore tormentate da ombre ostili.

Aveva appena cominciato schiarirsi il giorno, quando fu destato da una voce.

- Arduil Svegliati.

- Eccomi Elwood – disse - sono pronto

Elwood non rispose.

Prese la sua roba in fretta e si diresse verso il camino dove il vecchio si era addormentato dopo aver recitato gli incantesimi, ma lo trovò che dormiva.

- Avrei giurato che destandomi lo avrei trovato già sveglio ed affaccendato ad intessere incantesimi e formule magiche, e invece sta ancora dormendo

- E io che credevo di aver già capito che tipo fosse…

A quel punto un dubbio oscurò i suoi pensieri…

-Ma allora, chi mi ha svegliato?

La risposta non tardò.

- Vieni, disse la voce, sono alla porta!

Arduil cominciò a sentire i brividi e a sudare freddo..., la presenza ostile da cui si sentiva braccato lo aveva trovato.

Chiamò Elwood, ma egli seguitava a dormire, l’unica persona che aveva la possibilità di opporsi giaceva addormentata come un bimbo sulla poltrona.

- Ardui, aprimi, non puoi sfuggirmi.

Il ragazzo tentò di ribellarsi a quella chiamata, gridò e tentò di divincolarsi dalla forza che lo tratteneva, ma la sua voce non accennava ad uscire, una forza che oltraggiava la sua volontà lo spingeva verso la porta, sempre più vicino, e sempre più potente…

Fu innanzi alla porta e la porta venne aperta.

Un bagliore di luce lo accecò e provò un forte dolore, ebbe la sensazione di essere strappato!

 

 

- Arduil Svegliati.

Era la voce di Elwood, - Hai urlato e sei tutto sudato, hai fatto un incubo?

Il vecchio sedeva sul suo letto, si era alzato prestissimo ed aveva preparato dell’essenza di Waiser (una sostanza molto energetica, il cui colore e sapore ricorda molto quello del caffè,  ottenuta facendo arrostire delle castagne).

Arduil bevve e si sentì subito meglio

- C’era qualcuno che mi chiamava – disse - Pensavo fossi tu… Invece tu dormivi, io ho tentato di chiamarti ma le parole non uscivano… poi gli ho aperto la porta e…

- Hai veduto un anticipo di quello che dovrai affrontare, ma ora non hai armi sufficienti per rispondere ai suoi attacchi - Lo interruppe Elvood - dobbiamo partire!.

Uscirono che era ancora buio, aveva smesso di nevicare, ma la neve fresca rendeva disagevole il cammino.

Proseguirono in silenzio per un lungo tratto di strada, Quando giunsero sul passo di montagna a ridosso di Bondervil, Arduil si fermò per un istante, la piazza del paese si stava pian piano popolando, il sole rosso all’orizzonte cominciava a rischiare il cielo, sarebbe stata una giornata di sole.

Salutò con un cenno della mano quell amato luogo e si rivolse ad Elwood.

- Ora sono veramente pronto possiamo andare.

Lo stregone gli mise una mano sulla spalla e lo rassicurò,

- non temere, questa non è l’ultima volta che vedrai Bondervil e le persone che ami, potrai tornare un giorno ma passeranno molti anni.

Il sole del mattino contribuì ad aumentare la temperatura e rese il viaggio notevolmente più agevole.

Entrambi erano buoni camminatori ma Arduil non poté fare a meno di stupirsi del passo di Elwood, si muoveva in montagna al pari di uno stambecco, in salita o in discesa il suo agile e veloce incedere non subiva mai rallentamenti.

Camminava sul terreno più impervio come se fosse su un comodo e liscio pavimento di palazzo.

Si fermarono per mangiare qualcosa nei pressi di un mulino diroccato.

Non era granché come rifugio,ma consentì loro di riposarsi all’ asciutto.

- Elwood dove andiamo? - domandò Arduil

- Dobbiamo raggiungere la terra di Elvandir, la dimora degli elfi dove riceverai la tua eredità

- Ma io chi sono in realtà cosa sarebbe questa eredità di cui parli!

- Mio caro ragazzo – Disse Elwood con un tono da cui trasparivano insieme ammirazione, ed affetto, tu sei destinato a salvare il destino di noi tutti. Ma non è affatto prudente parlarne qui abbi ancora un po’ di pazienza..! Tutto ti sarà svelato.